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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

lunedì 7 agosto 2017

Il Venezuela e la questione della difesa del potere rivoluzionario


di Fosco Giannini*
*segreteria nazionale PCI

Il compagno Giorgio Langella, segretario regionale del PCI del Veneto e membro della Direzione Nazionale, qualche giorno fa ha fatto circolare un intervento del senatore Corsini ( esponente di Articolo Uno-MDP) sulla questione del Venezuela. Riportiamo, per brevità, le parole con le quali Langella accompagna l’invio dell’intervento del senatore Corsini: “ Su segnalazione del compagno Beccegato ho letto l'intervento del senatore Corsini sul Venezuela. Una cosa indecente, che evidenzia una sudditanza servile oltre che culturale nei confronti dell'imperialismo statunitense. Qua si confonde "il popolo venezuelano" con la classe benestante, quelli che hanno perso i privilegi che avevano perché più ricchi, più simili a noi "civili occidentali". E una posizione da colonialisti, intollerabile.  Forse (anzi sicuramente) neppure i democristiani di destra ai tempi di Allende ...Con gente come Corsini non possiamo avere nulla a che fare. Sono da un'altra parte. Penso che la questione Venezuelana, così come quella Ucraina, quella siriana, quella palestinese ecc. non possono essere messe da parte o considerate ininfluenti quando si parla di "alleanze" e si dice che bisogna considerare le questioni territoriali o italiane. Sono, a mio avviso, questioni dirimenti. Non si può stare dalla parte dell'imperialismo in politica estera e fare i progressisti in Italia. Credono di rifarsi una verginità ponendosi dalla parte del vincitore. Non si pongono problemi, non analizzano le cose, dicono quello che più conviene loro, vanno dove tira il vento. Oggi è di moda, in questa "sinistra snob" attaccare chi sta tentando di trasformare il sistema, chi combatte lo strapotere della "democrazia imperiale", chi non accetta il "pensiero unico". Questa è un'ambiguità non solo irritante ma estremamente pericolosa”.
Ma cos’aveva affermato Corsini, in Aula, per suscitare l’indignata – quanto giusta-  reazione del compagno Langella?  Ecco uno stralcio dell’intervento del senatore “bersaniano” : “ Signor Presidente, è per me del tutto naturale associarmi alle dichiarazioni del presidente Casini e dei colleghi che mi hanno preceduto, anche perché in Commissione esteri, tempo fa, abbiamo proposto una risoluzione che è stata portata all'attenzione dell'Assemblea. In tale risoluzione denunciavamo il processo autoritario e totalitario che è appunto in corso in Venezuela....Qual è il dato veramente impressionante? È il fatto che Maduro sta imponendo, non semplicemente un monopolio d'autorità, che espropria il Parlamento delle sue legittime funzioni di rappresentante della volontà popolare, ma che sta, come dire, imponendo un monopolio politico che estromette gli avversari e i contendenti dall'arena e dalla scena politica. Oltre al fatto che la storia di questi giorni è costellata di incidenti, di uccisioni, di sparatorie, di interventi che umiliano la dignità umana e la dignità dei singoli soggetti”. Dobbiamo anche denunciare un fatto. È in corso, e molti parlamentari ne sono stati vittime, una sorta di mail bombing da parte di nostri connazionali, i quali si ostinano caparbiamente a negare la realtà dei fatti, cioè quella di un Paese martoriato che è sottoposto al processo di affermazione di una dittatura violenta e totalitaria. È per queste ragioni che noi oggi vogliamo riconfermare la nostra solidarietà al popolo venezuelano e trarre appunto auspici perché il Paese possa vedere rapidamente il ripristino della regola democratica nella sua pienezza”.
Questa di Corsini è una posizione coerentemente e pienamente controrivoluzionaria, oggettivamente (e soggettivamente) filo imperialista, completamente e dogmaticamente succube dell’ideologia conservatrice occidentale e capitalistica. Da questo punto di vista il compagno Langella, con il suo “j’accuse”, ha svolto con ogni probabilità un compito che è andato ben oltre la sua stessa denuncia della natura politica contingente dell’Articolo Uno -MDP, ponendo invece una questione politico-teorica di fondo che in troppi, anche a sinistra, vanno, a partire anche dalla “questione venezuela”, eludendo : la liceità o meno della difesa della rivoluzione attraverso la forza. Questione che si era già posta, ad esempio, con Gorbaciov, nella fase che precedette lo scioglimento dell’URSS e il conseguente cambio negativo del quadro mondiale: poteva Gorbaciov far sì che l’Armata Rossa salvasse l’unità sovietica? Si, teoricamente avrebbe potuto, ma non l’ha potuto fare in virtù di una, propria, degenerazione ideologica, di tipo liberale.
Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta – rispetto ai moti rivoluzionari - reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. E’il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico-teorico. E’bene – una volta tanto - approfittare del contingente per riaprire una riflessione profonda e di nuovo appropriarci della grandezza del nostro pensiero, del pensiero e della prassi della rivoluzione. Anche per sfuggire ai meschini, vischiosi  ed intellettualmente mortificanti “pensierini” sul contingente.
La posizione assunta dal senatore Corsini non è, purtroppo, appartenente solo all’Articolo Uno-MPD: oltreché, naturalmente, la destra, in verità è  quasi tutta la sinistra italiana ( persino una parte comunista di essa) che oggi sposa le posizioni del senatore “bersaniano”.  Tanto per dire: persino “il quotidiano comunista” il Manifesto ( tranne la compagna Geraldina Colotti ) fa molta fatica a schierarsi completamente con Maduro, fa molta fatica ( e forse non ci arriva mai) a definire legittimo l’uso della forza per la difesa della rivoluzione chavista.
A questi tentennamenti, a queste posizioni di fatto utili e funzionali alla controrivoluzione dà una risposta di altissimo valore politico e teorico Domenico Losurdo, nel suo ultimo libro sul “Marxismo Occidentale”,  marxismo uccisosi – secondo l’Autore – anche a partire dalla rinuncia alla presa del potere e alla sua difesa.
“L’illegittimità” della difesa della rivoluzione anche con la forza è una categoria pseudo filosofica che ha segnato e segna di sé ogni involuzione moderata del pensiero comunista e della sinistra occidentale; un’involuzione che è speculare alla rinuncia della trasformazione rivoluzionaria e della presa del potere: questo è il punto centrale della discussione che il compagno Langella ha aperto.
Non è un caso, infatti, che il Partito Comunista Italiano, in quella sua lunga storia involutiva che l’ha portato dall’accettazione della NATO alla “Bolognina”, passando attraverso la rottura col movimento comunista mondiale e l’abbandono del leninismo, abbia scandito questo stesso, proprio, processo involutivo con vere e proprie ricusazioni dei punti storici alti delle rotture rivoluzionarie: il PCI che volgeva verso la “Bolognina” iniziò – ben prima di essa – a rompere teoricamente con il Terrore di Robespierre, poi con la Comune di Parigi, poi con la stessa Rivoluzione d’Ottobre, per non parlare dell’accusa dogmatica e pregiudiziale ad ogni difesa del socialismo con la forza, posizione che cresceva contemporaneamente – o che seguiva – alla scelta del passaggio al socialismo solamente attraverso la via parlamentare.
Quando Pietro Secchia, già da tempo in disgrazia nel PCI, andò in Cile nel gennaio del 1972 a sostenere il governo Allende e a Santiago, di fronte ad una piazza strapiena di popolo, chiese con forza, in un suo comizio, ai comunisti, ai socialisti cileni, allo stesso governo Allende e alle “forze patriottiche e popolari” di prepararsi  a fronteggiare con le armi l’inevitabile reazione degli USA, della destra cilena e di Pinochet alla rivoluzione, il PCI rispose con uno sdegnato silenzio alle parole di Secchia, che poi, per le sue stesse parole, fu avvelenato dalla CIA nell’aereo che lo riportava in Italia, dove morì pochi mesi dopo.
L’abbandono dell’orizzonte rivoluzionario, la rinuncia alla difesa della rivoluzione con la forza ha sempre caratterizzato le forze già rivoluzionarie che imboccavano una discesa moderata. E’stato così per la Socialdemocrazia tedesca della fine del 1800, quando essa, rompendo platealmente, teoricamente, con la Comune di Parigi, iniziò a trasformarsi in quella Socialdemocrazia che avremmo conosciuto, nella sua essenza di soggetto politico del sistema capitalistico, dal ‘900 ad oggi.
Ma anche nel Partito della Rifondazione Comunista, nella lunga monarchia bertinottiana, l’abbandono delle categorie marxiste e leniniste della rottura rivoluzionaria e dell’antimperialismo conseguente (che non può non sfociare negli atti rivoluzionari della rottura di sistema e della difesa con la forza del nuovo sistema socialista) sono stati i cavalli di Troia per l’abbandono, da parte del PRC bertinottizzato, della cultura comunista, materialista. Chi non ricorda il Bertinotti che  giudica e liquida, attraverso una sua indegna ( sul piano storico e teorico) commemorazione, a Livorno, nei primi anni ’90, dell’Ottobre e del “socialismo realizzato”, la lotta dei bolscevichi contro la guardia bianca e zarista come “anticipazione della degenerazione dello stalinismo”? Chi non ricorda il Bertinotti della “Resistenza angelicata”, un’accusa alla “violenza della Resistenza”, che si innalzava - assieme a quelle della destra, di Gianpaolo Pansae dell’intero revisionismo di sinistra – proprio nel momento in cui la lotta armata e antifascista dei partigiani iniziava ad essere largamente demonizzata? Chi non ricorda il Bertinotti che negava – in un rigurgito pieno di filo occidentalismo – il carattere di Resistenza alla lotta del popolo iracheno contro gli invasori nord americani? E chi non ricorda l’ex segretario del PRC imperversare sui giornali, sulle televisioni, a favore della sua nuova idea della “non violenza”, ideuzza piccolo borghese che – consapevole o no Bertinotti – apriva le cateratte dell’abbandono della cultura comunista e rivoluzionaria per tutto il “nuovo” PRC?
In seguito alla vera e propria devastazione politica e teorica prodotta dalla lunga involuzione del PCI e poi dal bertinottismo, siamo in minoranza, oggi, a riconoscere la liceità storica della difesa del potere rivoluzionario anche con la forza; siamo una minoranza, dunque, a riconoscere il valore rivoluzionario della lotta, della Resistenza di Maduro contro la violenza dell’asse USA - destra capitalista venezuelana.
Ma la legittimità, politica ed etica, della difesa con la forza della rivoluzione è un cardine stesso di tutto il pensiero e della prassi della rivoluzione.
E qui, veniamo a Lenin, all’esigenza assoluta di rimettere in circolo e far rientrare, almeno nel senso comune dei comunisti e delle comuniste e di chi milita “a sinistra”, le categorie centrali del pensiero rivoluzionario.
Riappropriamoci del quanto mai attuale saggio di Lenin  “ La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”.
Kautsky pubblica nell’agosto del 1918, sulla rivista “ Sozialistische Auslandpolitik”, proprio durante la ripresa violenta della lotta controrivoluzionaria che puntava a sconfiggere l’Ottobre, un saggio dal titolo esplicito, che già in sé preannunciava la svolta antirivoluzionaria di Kautski: “ Demokratie oder Diktatur “ ( Democrazia o Dittatura). Kautski, in pieno revisionismo controrivoluzionario, anticipa di diversi decenni le posizioni di quei comunisti e dirigenti e intellettuali della sinistra occidentale che, a partire dalla condanna della difesa rivoluzionaria del potere rivoluzionario, rinunciano di fatto alla stesso progetto della trasformazione socialista. Kautsky è esplicito sin da titolo del suo articolo: la “Democrazia” è in antitesi alla “Dittatura”, un giudizio apodittico attraverso il quale si rompe con Marx, con l’Ottobre , con Lenin per giungere alla divinizzazione della democrazia borghese come ultima spiaggia della democrazia della storia e alla conseguente demonizzazione del potere rivoluzionario, la Dittatura, che Kautsky intende non come il potere della grande classe lavoratrice e sfruttata sulla ristretta classe dei padroni e degli sfruttatori, ma in senso metafisico, come oppressione in sé, così come la borghesia ha giudicato essere, per ovvie ragioni, il potere proletario. Oggi è Maduro che difende il potere del popolo e gli USA, la destra venezuelana pagata da Washington, le destre di ogni parte del mondo e le sinistre pavide del mondo definiscono il potere rivoluzionario chavista “la dittatura”. E così, attraverso questa feroce mistificazione politico-semantica, i media dell’intero mondo occidentale fanno passare Maduro come un dittatore, in modo che tutti dimentichino che il vero problema, per il capitalismo occidentale e per l’imperialismo USA, è quello legato al fatto che il petrolio, l’oro, i diamanti, le terre, le ricchezza naturali venezuelane sono state da Chavez sottratte ai pochi padroni per riconsegnarle al popolo; far dimenticare che il vero problema per gli USA è di tipo prettamente geopolitico, nella misura in cui il Venezuela si libera dal potere imperialista offrendosi come punto di riferimento per i popoli e gli Stati che in America Latina vogliono sottrarsi alla dittatura economia, politica e militare imperialista nel momento in cui il  Venezuela chavista rafforza il blocco che, a partire dai BRICS , si erge nel mondo come diga antimperialista.
Come risponde Lenin all’attacco controrivoluzionario di Kautsky? Dobbiamo rileggerlo, riassumerlo, anche questo Lenin, poichè solleva un punto centrale di tutto il pensiero rivoluzionario.
Lenin risponde all’articolo/saggetto di Kautsky con un proprio saggio: “ La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”. Dopo aver letto nella Pravda qualche estratto del saggio di Kautsky, Lenin, infuriato, scrivendo a Berzin, Joffe e Vorovski afferma: “ Le vergognose sciocchezze, il balbettio infantile e il vilissimo opportunismo di Kautsky inducono a domandarsi: perché non facciamo niente contro lo svilimento teorico del marxismo da parte di Kautsky? ”. Ma Lenin non perderà tempo e nel suo saggio di risposta ridicolizzerà Kautsky. Almeno per tutti i compagni e le compagne: è ora – ora – di rileggerlo.
Rispetto al potere rivoluzionario e la sua difesa, Lenin scriverà sul “Rinnegato Kautsky”: “ Si può dire senza esagerazione che questo è il problema centrale di tutta la lotta di classe. Ed è quindi necessario esaminarlo attentamente”. Lenin lo farà e in relazione al distinguo che Kautsky introduce tra “democrazia e dittatura”, il capo dell’Ottobre scriverà: “ Si tratta di una confusione teorica così mostruosa, di un’abiura così completa del marxismo che, bisogna ammetterlo, Kautsky supera di gran lunga Bernstein”.  “ Il nostro ciarlone – continua Lenin – ha riempito quasi un terzo del suo opuscolo, 20 pagine su 63, con una chiacchierata assai gradevole per la borghesia, perché equivale al tentativo di abbellire la democrazia borghese e di velare la questione della rivoluzione proletaria”. E ancora, scrive Lenin: “Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta…”. E in un passaggio incredibilmente contemporaneo e attuale, che davvero sembra parlare del ruolo che il Venezuela chavista già svolge e può ancor più svolgere nella lotta antimperialista mondiale (ed è soprattutto per questo che gli USA scatenano le iene reazionarie venezuelane contro Maduro) così scrive Leni, in relazione alla distinzione operata da Kautsky su “ rivolgimento pacifico” e rivolgimento violento”: “ Sta qui il nodo della questione. Tutti sotterfugi, i sofismi, le falsificazioni truffaldine servono a Kautsky per scansare la rivoluzione violenta, per nascondere il fatto che egli la rinnega ed è passato alla politica operaia liberale, cioè dalla parte della borghesia. Lo “storico” Kautsky travisa così spudoratamente la storia che finisce per “dimenticare” l’essenziale, cioè che il capitalismo premonopolistico – il quale aveva toccato l’apogeo negli anni ’70 – si distingueva, in virtù dei suoi tratti economici, manifestatisi in modo particolarmente tipico in Inghilterra e in America, per un amore relativamente più grande della pace e della libertà. Mentre l’imperialismo, cioè il capitalismo monopolistico giunto a definitiva maturità solamente nel secolo XX, si distingue, in virtù dei suoi tratti economici essenziali, per un amore assai meno forte della pace, della libertà, per un maggiore e generalizzato sviluppo del militarismo. Non avvedersi di questo, quando si esamina fino a qual punto sia tipico o probabile un rivolgimento pacifico o violento, significa degradarsi al livello del più volgare lacchè della borghesia”.
E’ la questione dell’imperialismo, della sua ferocia economica e militare che non prevede la possibilità che popoli e Stati ad esso già sottomessi possano liberarsi ( come, appunto, il Venezuela di oggi) quella che pone Lenin e che certo non può essere più presente nel pensiero addomesticato del senatore Corsini. E di troppi altri, anche a sinistra.
Quando Chavez iniziò a vincere, sul quotidiano ampiamente bertinottizzato  “Liberazione” non andava giù il fatto che quel leader rivoluzionario era un militare: un altro di quei tanti “pregiudizi” del marxismo occidentale esausto che portano, infine, alla rinuncia della lotta rivoluzionaria. Oggi, in troppi, anche a sinistra, persino tra i comunisti ( ma non nel nostro PCI) si insinua un tarlo devastante e borghese: Maduro non dovrebbe difendere la rivoluzione chavista con la forza. Dovrebbe consegnare il Venezuela a Trump e alla destra venezuelana, invece? Lenin consigliava e continua a dirci di no, per non essere dei rinnegati.

venerdì 7 luglio 2017

Pubblicato "Materialismo Storico" 1/2017: L'egemonia dopo Gramsci. Call for papers: "L'Ottobre russo e le origini del nostro tempo: rivoluzioni e restaurazioni, guerre e grandi crisi storiche"

Rispettando la scadenza semestrale, è disponibile sulla piattaforma dell’Università di Urbino all’indirizzo http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/index  il secondo numero (1/2017) della rivista “Materialismo Storico”.

La sezione monografica, Saggi, pubblica gli atti di un seminario su “L’egemonia dopo Gramsci” tenutosi a Pavia nel settembre scorso, ed è curata da Fabio Frosini.
Troverete una serie di testi (Cospito, Burgos, Cortès, McNally, Sotiris, Maltese, Pandolfi) che discutono la ricezione e l’interpretazione di questa categoria gramsciana negli ultimi decenni, soprattutto nell’area latinoamericana e in quella anglosassone.

Nella sezione Studi diversi, assieme ad altri testi troverete un saggio di André Tosel su Lefebvre e Gramsci: come saprete, Tosel ci ha lasciati alcuni mesi fa e abbiamo ritenuto importante ricordarlo, così come nello stesso numero ricordiamo il collega Alessandro Pandolfi, che insegnava Storia delle dottrine politiche a Urbino, e l’editore Sergio Manes (un testo di Gianni Fresu).

Completano il numero alcune Note e Recensioni su libri usciti di recente (Commisso, Bodei, Byung-Chul Han, Mészàros).

Il prossimo numero, che uscirà a dicembre e dunque subito dopo il centenario della Rivoluzione d’ottobre, avrà come tema “L'Ottobre russo e le origini del nostro tempo: rivoluzioni e restaurazioni, guerre e grandi crisi storiche”.

Stiamo cercando di organizzare un piccolo convegno a Urbino per i giorni 7 e 8 novembre e dunque pubblicheremo le relazioni.
Indipendentemente dallo svolgimento del convegno – legato al finanziamento da parte del Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Urbino -, invitiamo comunque coloro che sono interessati a fornirci un testo sulle tematiche indicate.
Il titolo è abbastanza generale da consentire a ciascuno di individuare un argomento che gli sia gradito: non è necessario infatti occuparsi in maniera diretta ed esclusiva dell’Ottobre russo ma, tenendo presente quel momento e il suo significato storico, è possibile analizzare sul piano teorico e storiografico i complessi termini indicati, mostrandone la funzione nei processi che hanno condotto al mondo contemporaneo. Scadenza: 31 ottobre 2017.

Domenico Losurdo; Stefano G. Azzarà

martedì 4 luglio 2017

Una recensione al "Marxismo Occidentale" di Elena Fabrizio su Marxismo Oggi


Il marxismo occidentale

 Elena Fabrizio
               
In un testo del 1993 (Cultura e imperialismo) lo studioso palestinese Said, nell’indagare la complicità della cultura occidentale con il progetto egemonico imperialista, imputava a Foucault, alla teoria critica della Scuola di Francoforte e in genere il marxismo occidentale di non essersi dimostrati «alleati affidabili della resistenza all’imperialismo», addirittura di fare parte «di quello stesso, offensivo “universalismo” che ha per secoli collegato la cultura all’imperialismo».

mercoledì 28 giugno 2017

Con il Venezuela di Maduro



COMUNICATO STAMPA


IL PCI CONTRO I TENTATIVI GOLPISTI CONTRO MADURO E A FIANCO DEL POPOLO E DEL GOVERNO VENEZUELANO!

di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI e
Responsabile Dipartimento Esteri


E’ la storia che si ripete, sempre uguale a se stessa: in America Latina, più è forte il cambiamento, più il cambiamento è del popolo e per il popolo, più determinata, feroce e sanguinaria è la risposta delle forze reazionarie, sollecitate ed organizzate dall’imperialisamo USA. In queste ore, a Caracas, un elicottero rubato alla polizia venezuelana ha attaccato  militarmente (sparando e lanciando granate) sia il Ministero degli Interni che la Corte Suprema. Nessun dubbio sulla natura politica dell’attacco: sull’elicottero era ben visibile uno striscione che recitava: “ 350 Libertad”, un riferimento all’articolo 350 della Costituzione bolivariana che le forze della destra venezuela e l’Amministrazione Trump avversano con tutte le loro - poderose - forze, nell’obiettivo di far cadere Maduro e la rivoluzione “chavatista”.
L’attacco militare delle forze reazionarie è, per ora, uno degli apici del lungo tentativo del grande capitale venezuelano, delle oligarchie venezuelane, dei padroni delle terre venezuelani, di riportare l’ordine liberista” in Venezuela, di riprivatizzare il petrolio, di riportare a Caracas la bandiera nord americana.

Dalla prima vittoria elettorale di Hugo Chavez (1998) e lungo tutti gli anni delle altre vittorie elettorali “chavatiste” ( 2000, 2006, 2012) la  rabbia delle forze reazionarie e degli USA non si è mai placata e mai si è spenta l’idea di soluzioni fasciste e “golpiste” contro la Rivoluzione bolivariana. La nazionalizzazione del petrolio, le immense campagne di alfabetizzazione, gli investimenti massicci per le garanzie sociali - innanzitutto per la sanità pubblica - e una politica internazionale “chavatista” incardinata sull’antimperialismo, sulla solidarietà ai popoli opprressi e alle lotte anticolonialiste, entro un progetto generale di unità  e integrazione bolivarista per tutta l’America Latina, tutto ciò ha fatto impazzire le forze reazionarie  venezuelane e gli USA, che si sono poste l’obiettivo primario di sconfiggere la Rivoluzione, di far cadere prima Chavez ed ora Maduro.
Già nell’aprile del 2001 i “golpisti” andarono vicinissimi alla vittoria, incarcerando Hugo Chavez, poi liberato dallo stesso popolo di Caracas.
Ora, anche approfittando della crisi economica, la destra reazionaria si scatena, nell’obiettivo del “golpe” finale contro Maduro.

Il Partito Comunista Italiano si schiera con tutte le sue forze e senza dubbi alcuni a fianco del governo legittimo, popolare, rivoluzionario, antimperialista e internazionalista del compagno Maduro, ricordando anche il ruolo immenso che il Venezuela bolivarista ha già svolto e svolge a favore di tutti i popoli e i governi antimperialisti e antiliberisti dell’America Latina. Ed è anche a partire da questa consapevolezza, a partire dal grande ruolo volto alla libertà dei popoli di tutta l’America Latina che il Venezuela ha già svolto e potrà svolgere, che il PCI ritiene e riterrà la difesa, anche con la forza, del governo rivoluzionario di Caracas un atto legittimo e rivoluzionario.

mercoledì 14 giugno 2017

Una recensione di Fosco Giannini al "Marxismo Occidentale"

A proposito dell’ultimo libro di Domenico Losurdo, “ Il marxismo occidentale, come nacque, come morì, come può rinascere”

di Fosco Giannini
Inizio questa mia recensione all’ultimo – importantissimo, al fine di un rilancio d’un pensiero e di una prassi comunista, antimperialista, rivoluzionaria in Italia e in Occidente – libro di Domenico Losurdo (“Il marxismo occidentale – Come nacque, come morì, come può rinascere”, edizioni Laterza, prima edizione aprile 2017 e già alla seconda edizione) mettendo in campo alcuni ricordi personali.
  1. Ricordi di un recensore non accademico
Il metodo non è, accademicamente, dei più ortodossi, ma l’eterodossia mi sarà forse perdonata se riuscirò a renderla funzionale a un obiettivo: dimostrare come la degenerazione del “marxismo occidentale”, che ha segnato e segna, purtroppo, di sè una parte considerevole anche del marxismo italiano, sino a divenire egemonica, abbia trovato nel “marxismo orientale” un proprio, primario, nemico; come Domenico Losurdo si sia da decenni collocato  e tuttora si collochi – con grande coraggio intellettuale e rischiando la solitudine filosofica e politica – sul fronte del marxismo orientale ( tanto per non seminare equivoci : sul fronte materialista, marxista e leninista) e come questa collocazione lo abbia – consapevolmente – posto perennemente sotto il fuoco di tutta l’ala dominante – quanto liquidatoria della prassi comunista – del “marxismo occidentale” italiano...

mercoledì 31 maggio 2017

Una recensione del "Marxismo Occidentale" su Carmilla

di Alessandro Barile
LosurdoMarxismoOccidentaleDomenico Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Editori Laterza, 2017, pp. 210, € 20,00
Nel 1976 Perry Anderson, nelle sue Considerations on western marxism (tradotto in Italia da Laterza e pubblicato nel 1977 col titolo: Il dibattito nel marxismo occidentale), invitava a prendere atto della scissione epistemologica avvenuta nel campo del marxismo. Da una parte il cosiddetto “marxismo occidentale”, inaugurato nel 1923 dalla pubblicazione dei saggi di György Lukács (Storia e coscienza di classe) e Karl Korsch (Marxismo e filosofia); dall’altra il “marxismo orientale” dei paesi socialisti. Coi lavori di Lukács e Korsch il marxismo inaugurava l’epoca della sua completa maturità filosofica, in grado finalmente di confrontarsi col pensiero borghese su di un piano di parità intellettuale. In Unione sovietica, in Cina, così come nei paesi in lotta contro il colonialismo, il marxismo era andato trasformandosi in una rozza teoria del potere che poco o nulla più condivideva col marxismo propriamente detto...

martedì 30 maggio 2017

La recensione di Alessandro Pascale al "Marxismo Occidentale" su La Città Futura

Losurdo e i cattivi maestri del “marxismo occidentale”

La critica corrosiva di Losurdo nel suo nuovo volume Il Marxismo Occidentale*.


Losurdo e i cattivi maestri del “marxismo occidentale” Credits: Copertina del libro (domenicolosurdo.blogspot.it)
*Domenico Losurdo, Il Marxismo Occidentale, Editori Laterza, 2017 (220 pagine; 20€ cartaceo, 11,99€ digitale)
Domenico Losurdo si supera ancora. Dopo aver realizzato capolavori storico-filosofici come Controstoria del liberalismo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, La non-violenza. Una storia fuori dal mito e La lotta di classe, uno degli ultimi grandi intellettuali marxisti-leninisti italiani realizza un'opera di cui oggi più che mai si sentiva un bisogno essenziale.
Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, propone una novità dimenticata da molti, fin dalla ripresa della categoria coniata da Maurice Merleau-Ponty negli anni '50 e sviluppata da Perry Anderson negli anni '70: il fatto cioè che il marxismo non coincida esclusivamente con le elaborazioni intellettuali di stampo occidentale, né tantomeno con quelle critiche al sistema dei “socialismi reali”. Già dalla lettura de Il dibattito nel marxismo occidentale di Perry Anderson emergeva chiaramente come la divaricazione che si era venuta creando tra due marxismi (uno “occidentale eterodosso” e uno “orientale ortodosso”) fosse in realtà soprattutto un processo che accentuava la specializzazione settoriale degli autori occidentali su aspetti per lo più marginali e secondari della società, oltre che il distacco sempre maggiore tra teoria e prassi. Se i vari Kautsky, Luxemburg, Trockij, Lenin erano dirigenti di partito che non mancavano di realizzare opere complete di analisi economica e politica su ogni aspetto della realtà, non altrettanto facevano i marxisti successivi, i quali dalle aule universitarie concentravano sempre più l'attenzione sul campo della cultura e filosofia, perdendo il contatto soprattutto con le categorie economiche e politiche.
L'accusa di Losurdo è però ben diversa...
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Una recensione alla "Lutte des classes"

Lutte des classes : Losurdo contre la pensée binaire
Eric Le Lann a lu « La lutte des classes, une histoire politique et philosophique », de Domenico Losurdo
L’histoire est-elle vraiment celle de la lutte des classes, comme le proclame le Manifeste du parti communiste ? Oui, répond le philosophe Domenico Losurdo, mais l’affirmer implique de se débarrasser d’une lecture binaire de ce concept [1], telle celle qui la réduit en une lutte rédemptrice entre opprimés et oppresseurs. Ce faisant, on le devine, Losurdo se confronte à quelques penseurs précurseurs des populistes politiques de notre temps. C’est l’une des actualités de l’ouvrage, mais loin d’être la seule.
« La lecture habituelle de la lutte des classes est réductrice », considère Losurdo, et si l’on s’en tient à cette lecture, l’histoire reste inintelligible. Son entreprise vise donc à resituer les évènements qui ont façonné les derniers siècles dans le champ de la lutte des classes, ce qui impose d’en avoir une vision élargie, une vision qui intègre notamment sous cette catégorie « les luttes gigantesques qui ont empêché le IIIème Reich et l’Empire du soleil levant de réduire à l’état d’esclavage des peuples entiers ». Relèvent de cette conception, à l’époque historique du Manifeste, outre les luttes entre classes exploiteuses qui ne sont pas oubliées, les luttes d’émancipations des peuples de conditions coloniales ou semi-coloniales, les luttes entre le capital et le travail, les luttes des femmes contre « l’esclavage domestique », selon les termes utilisés par ses auteurs. De manière générale, les moments où ces luttes de classes confluent sont « l’exception plus que la règle » [2]. L’histoire se fait dans un « entrelacs de multiples contradictions et de formes différentes de lutte des classes » [3]...

lunedì 29 maggio 2017

Una recensione di Aldo Trotta al "Marxismo occidentale" su Marx XXI

Per la rinascita del marxismo in Occidente. L’analisi di Domenico Losurdo


di Aldo Trotta per Marx21.it 07 Maggio 2017



Manca ormai da tempo un dibattito teorico-politico sullo stato di salute e sulle prospettive del marxismo in Italia e non solo. Un dibattito tanto più necessario e urgente a fronte di una sinistra residuale che, dopo più di un quarto di secolo di abiure e di congedi dalla propria storia, continua ad annaspare nelle sabbie mobili di un “nuovismo” esasperato ed esasperante, alla ricerca affannosa e inconcludente di “nuovi” orizzonti teorici, di “nuovi” linguaggi, di “nuove” forme e pratiche politiche, di “nuove” identità, e via declinando. L’ultimo volume di Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì e come può rinascere, può senza dubbio fornire un contributo prezioso per provare a rianimare una discussione che vada oltre le pur importanti contingenze politiche. Pubblicato da poco per i tipi della Laterza, il testo si presenta nel panorama editoriale nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre, in una fase storica in cui sullo scenario internazionale piovono bombe come fossero coriandoli, i focolai di crisi aumentano e i rischi di una conflagrazione bellica su ampia scala si addensano sempre più pericolosamente all’orizzonte, nella preoccupante assenza di un movimento pacifista in grado di far sentire preventivamente la sua voce prima che l’incendio divampi..,.

lunedì 22 maggio 2017

Una recensione di Luigi Sanchi al "Marxismo occidentale" su Marx XXI

di Luigi Sanchi per Marx21.it

A PROPOSITO DEL MARXISMO OCCIDENTALE DI DOMENICO LOSURDO


Il nuovo saggio di Domenico Losurdo offre un notevolissimo contributo al rinnovamento tanto filosofico quanto politico del marxismo, in Italia e negli altri paesi che, come l’Italia, sono stati segnati da un destino particolare : quello di avere visto la presenza di un potente movimento operaio, democratico e comunista pur essendo delle potenze chiaramente imperialiste, sia prima che dopo la creazione della NATO. Proprio questa situazione sembra aver presieduto all’involuzione del movimento di pensiero che si richiamava a Marx o che era sgorgato dalle fila delle internazionali socialiste in Europa occidentale. Un saggio non è un trattato : e così Losurdo non tenta di ripercorrere tutte le vie che hanno imboccato tutti i protagonisti e i teorici di questo movimento politico-filosofico. Non è qui il punto. Come infatti precisa il sottotitolo, e al di là del dichiarato contrasto con le tesi di Perry Anderson, il focus dell’autore è cercare di capire « come nacque » il marxismo occidentale (in opposizione al marxismo detto orientale), « come morì » e soprattutto – in tacita opposizione con la visione pessimistica di Costanzo Preve – « come può rinascere »...

Un'iniziativa antimperialista a Catania


venerdì 5 maggio 2017

La recensione di Stefano Petrucciani sul Manifesto


La rivoluzione venuta da Oriente 

Tempi presenti. «Il marxismo occidentale», un saggio di Domenico Losurdo per Laterza. L’esperienza dell’Urss e le vincenti lotte anticoloniali hanno segnato la storia del Novecento. Per questo il secolo antimperialista ha prevalso sulla visione «accademica» dell’opera marxiana. Una documentata lettura della storia che privilegia la polemica politica sul «che fare?» 

Stefano Petrucciani Manifesto 5.5.2017, 23:59 
Il limite principale del marxismo occidentale, secondo Domenico Losurdo, è quello di non aver capito che il vento della rivoluzione soffiava a Oriente, dalla Russia verso la Cina e il Terzo Mondo, molto più di quanto non soffiasse verso l’Europa. Questa è una delle tesi che lo studioso sostiene nel suo ultimo libro (Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì e come può rinascere, Laterza, euro 20, pp. 212) che certamente susciterà qualche discussione. Losurdo ha ragione? La sua tesi coglie nel segno? Proviamo a sviluppare un ragionamento attorno a questo interrogativo. 
Tanto per cominciare, bisogna capire cosa si intende per «marxismo occidentale», e quanto sia legittima questa categoria. Come ricorda il sempre documentatissimo Losurdo, sembra che il primo a usare l’espressione «marxismo occidentale» sia stato il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, che nel suo saggio del 1955 Le avventure della dialettica contrapponeva proprio il marxismo «occidentale» di Lukács a quello orientale di Lenin, ascrivendo l’uno al campo della dialettica, l’altro a quello del materialismo naturalistico. Ma a rendere popolare il tema è stato soprattutto Perry Anderson, il brillante direttore della «New Left Review», autore nel 1976 di un volumetto, Considerations on Western Marxism, prontamente tradotto anche in italiano per i tipi di Laterza. Cos’era, per Anderson, il marxismo occidentale? 
NON ERA nient’altro che un modo molto peculiare di usare e interpretare Marx, incentrato sulle questioni filosofiche, e inaugurato da due grandi libri usciti entrambi nel 1923: Storia e coscienza di classe di György Lukács e Marxismo e filosofia di Karl Korsch. Dopo questi due (ma il primo aveva un peso assai maggiore) il marxismo era diventato un’altra cosa. Era diventato – lo dico con parole mie – una corrente teorica capace di misurarsi su un piede di vera parità con tutto il pensiero del Novecento, e talvolta anche di contaminarsi produttivamente con esso. Con i due testi appena ricordati, insomma, il marxismo diventa un oggetto filosoficamente sofisticato, al quale non si possono più imputare né rozzezze né ingenuità teoriche (che si potevano rimproverare invece, per esempio, al materialismo di Lenin). 
Della grande corrente cominciata nel 1923 fanno parte, secondo Anderson, i maestri della Scuola di Francoforte (Max Horkheimer, Theodor Adorno, Walter Benjamin e Herbert Marcuse), gli esponenti eterodossi del marxismo italiano come Galvano Della Volpe e Lucio Colletti, grandi pensatori dell’area francofona come Jean-Paul Sartre, Henri Lefebvre, Lucien Goldmann, Louis Althusser; e anche lo stesso Antonio Gramsci, ma su questo si potrebbe discutere, perché Gramsci non è un filosofo accademico come gli altri fin qui menzionati. Cosa è stato dunque il marxismo occidentale? È stato una importante esperienza filosofica del Novecento, non meno significativa di quelle «borghesi» come l’esistenzialismo, la fenomenologia, l’empirismo logico, il pragmatismo. Ed è su questo terreno, e con questi confronti, che il marxismo occidentale dovrebbe essere discusso, per capire cosa quella esperienza intellettuale abbia effettivamente sedimentato e quanti stimoli se ne possano ancora ricavare. L’indagine darebbe, credo, risultati abbastanza positivi. 
LOSURDO invece affronta la questione da una prospettiva diversa, quella dei destini della rivoluzione in Oriente e in Occidente, per mostrare, attraverso una grande ricchezza di citazioni e di testi, che il marxismo occidentale è stato affetto da una singolare miopia: non ha capito, in sostanza, che nella realtà effettiva delle cose il vero e grande risultato storico del movimento comunista è stato quello di saldarsi con le rivoluzioni nazionali dei popoli oppressi dall’imperialismo occidentale (Cina, Indocina, Cuba) e di essere un propellente decisivo per la più importante e vittoriosa trasformazione storica del secolo scorso, la rivoluzione anticoloniale. Ma è proprio sicuro che il marxismo occidentale sia stato così cieco su questo punto? Certo, esso non ha mai rinunciato a pensare che il mondo che si doveva cambiare era quello del capitalismo più avanzato (ma anche Marx la pensava così). Ma che si sia disinteressato al destino delle lotte anticoloniali e antimperialiste, è una affermazione che non mi sembra per niente ovvia. È certamente giusta se parliamo di Horkheimer (soprattutto l’ultimo, che però non era più marxista) o di alcuni testi di Ernst Bloch; ed è vera pure per Adorno, il quale, remando controcorrente, invitava a non esaltarsi per la lotta del popolo vietnamita (siamo sicuri che avesse torto?). Ed è esatta anche per quegli italiani che, come Colletti o gli operaisti, si ostinavano a non concedere nulla al terzomondismo che dilagava negli anni Sessanta. 
Ma da molti altri punti di vista la tesi di Losurdo si può mettere in discussione. In primo luogo, tirare in ballo autori come Slavoj Zizek o Alain Badiou mi sembra un po’ fuorviante, perché non mi pare che appartengano, a rigore, alla storia del «marxismo occidentale» come esperienza culturale precisa e definita. Tra coloro che invece ne fanno parte veramente, l’attenzione e l’interesse per la rivoluzione anticoloniale non è affatto un fenomeno isolato. 
LUKÁCS se ne occupa nel suo libro su Lenin del 1924. Ed è Losurdo stesso a ricordarlo. Sartre firma la prefazione ai Dannati della terra di Franz Fanon, e fa quindi dell’anticolonialismo un tema centrale del suo pensiero – anche se per Losurdo si tratta di un anticolonialismo «populista e idealista». Althusser studia con attenzione il più «orientale» dei marxismi, quello di Mao (lo valorizza anche troppo?). Marcuse, infine, conferisce una vera centralità alle lotte antimperialiste, come del resto fa il movimento del Sessantotto (nato contro la guerra del Vietnam) che di marxismo occidentale si è ampiamente nutrito. Ma se le cose stanno così, come Losurdo stesso riconosce, dov’è allora il problema con il marxismo occidentale? Non si dovrebbe dire semplicemente che in esso convivono, per quanto riguarda la rivoluzione anticoloniale, posizioni diverse? Perché invece una critica generalizzata? 
IL PUNTO EMERGE bene nelle pagine che Losurdo dedica a Marcuse: dopo avere riportato passaggi inequivocabili dei suoi testi, Losurdo nota, però, che Marcuse sostiene anche che vincere la battaglia antimperialista «non ha ancora nulla a che fare con la costruzione di una società socialista». Il vero nodo insomma è il dissenso su come si debba intendere l’emancipazione socialista o comunista: per gli «occidentali» le rivoluzioni d’Oriente sono sostanzialmente altra cosa da quella emancipazione che Marx aveva in mente e nella quale essi ancora vogliono credere. Per Losurdo sono l’unica rivoluzione reale, storicamente attestata e vincente (e pazienza se questo sposta di molto il quadro marxiano). La questione dunque trascende decisamente la storia del marxismo e diventa un nodo teorico-politico di portata molto più generale.

domenica 23 aprile 2017

Una presentazione del "Marxismo Occidentale" a Lecce

La Rivoluzione d’Ottobre ha proiettato il marxismo in una dimensione mondiale imprimendo alla storia del Novecento una significativa svolta universalistica: le rivoluzioni anticolonialiste, che sono lotte di liberazione dei popoli oppressi dal disumano dominio politico, economico, sociale delle potenze coloniali, diventano parte integrante delle lotte per l’emancipazione della classe operaia e per il rovesciamento del capitalismo. Questa svolta, base del movimento anticolonialista mondiale, ha però segnato anche la divaricazione tra il marxismo orientale e quello occidentale: mentre a Oriente il marxismo si concentrava sulla questione coloniale attraverso un tormentato processo di apprendimento che andava a ridefinire il ruolo della nazione, dello Stato, dello sviluppo economico, a Occidente la questione coloniale veniva rimossa, ignorata, nel migliore dei casi incompresa.

Una serie di motivazioni che vanno dalle condizioni storiche oggettive segnate dalla catastrofe dalle due guerre mondiali, la tradizione culturale di riferimento, una concezione ingenua, profetica e messianica del marxismo, la riduzione della lotta alla sola contraddizione di borghesia e proletariato e cioè alla diseguaglianza tra le classi, contribuiscono a definire la genesi, la trama e l’esito di un rapporto mancato che attraversa tutto il Novecento. Una sorta di dramma in più atti che ha condotto il marxismo occidentale ad assumere, di volta in volta, posizioni anarchiche, astratte, eurocentriche, antiuniversalistiche, quando non apologetiche dell’Occidente liberale; a rinunciare alla sua carica emancipatrice.

È, quello di Losurdo, un j’accuse meditato e appassionato, frutto di una ricerca consolidata; supportata come sempre da un apparato di fonti critiche e storiografiche di eccezionale ampiezza: la ricostruzione di grandi spaccati storici che intrecciano colonialismo e imperialismo, schiavitù di interi popoli, faticose lotte di liberazione ancora in corso, procede insieme all’analisi critica delle più importanti e incisive piattaforme teoriche e politiche del marxismo occidentale.

Ma non si limita a questo. Esso vorrebbe anche orientare il marxismo occidentale verso la sua rinascita, individuando le condizioni metodologiche e storico-politiche che potrebbero favorirla, tra le quali imprescindibile è il recupero del rapporto con la rivoluzione anticolonialista e antischiavista mondiale, che va inclusa nel bilancio storico del Novecento quale portato della Rivoluzione d’Ottobre.

mercoledì 29 marzo 2017

"Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere": il nuovo libro di Domenico Losurdo



Ringrazio Giuseppe Bedeschi per la pur critica recensione [DL].


Domenico Losurdo

Il marxismo occidentale.
Come nacque, come morì, come può rinascere
«Sagittari Laterza»
2017, pp. 224, euro 20,00
ebook  11,99 euro


Indice

Premessa Che cosa è il «marxismo occidentale»?

I. 1914 e 1917: nascita del marxismo occidentale
e orientale
1. La svolta dell’agosto 1914 a Ovest..., p. 3 - 2. ...e la svolta dell’ottobre 1917 a Est, p. 6 - 3. Stato e nazione a Ovest e a Est, p. 8 - 4. L’«economia del denaro» a Ovest e a Est, p. 14 - 5. La scienza tra guerra imperialista e rivoluzione anticoloniale, p. 16 - 6. Marxismo occidentale e messianismo, p. 21 - 7. La lotta contro la diseguaglianza a Ovest e a Est, p. 24 - 8. I labili confini tra marxismo occidentale e marxismo orientale, p. 26 - 9. Il difficile riconoscimento reciproco tra due lotte per il riconoscimento, p. 29

II. Socialismo vs capitalismo o anticolonialismo vs colonialismo? 34
1. Dalla rivoluzione «soltanto proletaria» alle rivoluzioni anticoloniali, p. 34 - 2. La questione nazionale e coloniale nel cuore dell’Europa, p. 38 - 3. I paesi socialisti nell’«epoca delle guerre napoleoniche», p. 40 - 4. Il dilemma di Danielśson e i due marxismi, p. 44 - 5. I due marxismi all’inizio e alla fine della seconda guerra dei trent’anni, p. 49

III. Marxismo occidentale e rivoluzione anticoloniale:
un incontro mancato 53
1. Il dibattito Bobbio-Togliatti nell’anno di Dien Bien Phu, p. 53 - 2. Il Marx dimidiato di Della Volpe e Colletti, p. 56 - 3. «Operaismo» e condanna del terzomondismo, p. 59 - 4. Althusser tra anti-umanismo e anticolonialismo, p. 62 - 5. La regressione idealistica ed eurocentrica di Althusser, p. 66 - 6. Eredità e trasfigurazione del liberalismo in Bloch, p. 69 - 7. Horkheimer dall’anti-autoritarismo al filo-colonialismo, p. 72 
- 8. L’universalismo imperiale di Adorno, p. 77 - 9. Chi non vuol parlare del colonialismo deve tacere anche sul fascismo e sul capitalismo, p. 80 - 10. Marcuse e la faticosa riscoperta dell’«imperialismo», p. 84 - 11. Il 4 agosto della «teoria critica» e dell’«utopia concreta», p. 87 - 12. Il ’68 e l’equivoco di massa del marxismo occidentale, p. 90 - 13. L’anticolonialismo populista e idealista di Sartre, p. 94 - 14. Timpanaro tra anticolonialismo e anarchismo, p. 98 - 15. L’isolamento di Lukács, p. 100

IV. Trionfo e morte del marxismo occidentale 102
1. Ex Occidente lux et salus!, p. 102 - 2. Il culto di Arendt e la rimozione del nesso colonialismo-nazismo, p. 104 - 3. Il Terzo Reich dalla storia del colonialismo alla storia della follia, p. 112 - 4. Sul banco degli imputati: il colonialismo o le sue vittime?, p. 117 - 5. Con Arendt dal Terzo Mondo all’«emisfero occidentale», p. 121 - 6. Foucault e la rimozione dei popoli coloniali dalla storia, p. 123 - 7. Foucault e la storia esoterica del razzismo..., p. 125 - 8. ...e della biopolitica, p. 132 - 9. Da Foucault ad Agamben (passando per Levinas), p. 137 - 10. Negri, Hardt e la celebrazione essoterica dell’Impero, p. 142

V. Ripresa o ultimo guizzo del marxismo occidentale? 146
1. L’anti-antimperialismo di Žižek, p. 146 - 2. Žižek, lo svilimento della rivoluzione anticoloniale e la demonizzazione di Mao, p. 149 - 3. Harvey e l’assolutizzazione delle «rivalità interimperialistiche», p. 153 - 4. Ah, se Badiou avesse letto Togliatti!, p. 155 - 5. «Trasformazione del potere in amore», «teoria critica», «gruppo in fusione», rinuncia al potere, p. 159 - 6. La lotta contro la «frase» da Robespierre a Lenin, p. 163 - 7. La guerra e il certificato di morte del marxismo occidentale, p. 167

VI. Come può rinascere il marxismo in Occidente 172
1. Marx e il futuro in quattro tempi, p. 172 - 2. La lunga lotta contro il sistema colonialista-schiavistico mondiale, p. 175 - 3. Due marxismi e due diverse temporalità, p. 181 - 4. Recuperare
il rapporto con la rivoluzione anticolonialista mondiale, p. 184 - 5. La lezione di Hegel e la rinascita del marxismo in Occidente, p. 187 - 6. Oriente e Occidente: dal cristianesimo al marxismo, p. 191